Ai tempi delle Masserie

la musica ai tempi delle masserie

Un documentario di Gaetano Colella con Michele Vinci, Vito Santoro e Franco Mirabello.

Briganti tra boschi e masserie

Briganti per forza

Relazione dell’On. Le Massari alla Commissione dell’Inchiesta sul Brigantaggio. Ed. In Napoli nel 1963 / Anche: Inchiesta sul brigantaggio relazione Massari-Castagnola.
Lettere e scritti di A. Saffi p 103 e ss (dal libro de “Le 100 Masserie di Crispiano”)

“Il contadino sa che le sue fatiche non gli fruttano benessere né prosperità: sa che il prodotto della terra innaffiata dai suo sudori non sarà suo;
si vede e si sente condannato a perpetua miseria e l’istinto della vendetta sorge spontaneo nell’animo suo. L’occasione si presenta, egli non se la lascia sfuggire; si fa brigante; richiede, vale a dire, alla forza quel benessere, quella prosperità che l prepotenza gli vieta di conseguire, ed agli onesti e mal compensati sudori del lavoro, preferisce i disagi fruttiferi della vita del brigante. Il brigante diventa, in tal guisa, la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche, secolari ingiustizie… IL BRIGANTE non è più l’assassino, il ladro, il saccheggiatore, ma è l’uomo che con la sua forza sa rendere a sé e agli altri la giustizia a cui le leggi non provvedono. É un’intera storia questa di dolori non alleviati, di giustizie non ripagate e un insegnamento morale che non può andare perduto! Là dove le leggi non sono fatte nell’interesse di tutti e non sono imparzialmente per e contro tutti, l’infrazione delle leggi diventa consuetudine ed argomento non di disdoro ma di vanità e di gloria. Là dove il manto delle leggi non si estende egualmente su tutti…”

Il fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale post-unitaria (1861–1863) è strettamente connesso al territorio di Crispiano (TA), in cui le masserie hanno avuto un ruolo centrale, sia logistico sia simbolico, nella storia dei briganti locali.

Dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie, i contadini insorsero fra giugno e luglio 1861 per rivendicazioni sulla redistribuzione delle terre demaniali e contro i privilegi dei galantuomini. In questo contesto, i briganti tra cui il “sergente Romano” e Pizzichicchio emersero come figure di resistenza armata contadina; operarono proprio nelle campagne intorno a Crispiano, in zone boschive come il Bosco Pianelle.

Le masserie locali furono utilizzate sia come rifugi che come basi operative dai briganti. In particolar modo, Pizzichicchio trovò riparo in varie masserie della zona (Belmonte, Ruggeruddo, Vallenza, Pilano, Amastuola), dove si consumarono episodi drammatici: arresti, battaglie e omicidi, come quello del sacerdote Padre Nicola Vinci presso la masseria Vallenza.

Nel giugno del 1863, le forze dell’ordine, guidate dal capitano Allisio, intercettarono la banda di Pizzichicchio presso la masseria Belmonte. L’azione culminò in un tragico scontro: molti briganti furono uccisi o catturati, esposti in pubblico, mentre pochi riuscirono a salvarsi. L’arresto successivo a masseria Ruggeruddo portò alla fine della carriera brigantesca di Pizzichicchio.

Il brigantaggio assunse così una dimensione radicata nella cultura e nel territorio: le masserie non erano solo edifici agricoli, ma anche punti nevralgici nella lotta, nella sopravvivenza e nell’identità contadina ribelle. La loro architettura e posizione geografica le resero adatti sia alla difesa sia al nascondiglio: elementi che riflettono la struttura sociale e la tensione politica di quegli anni.

La relazione del Massari del 1863 richiama con forte vigore l’annosa e mai tramontata QUESTIONE MERIDIONALE, e sarebbe pure diletto fare dell’ironia su tale grave argomento se del caso le stesse problematiche e gli stessi temi, ancor più insupera-ti, li ritroviamo di pari passo nel manoscritto dal titolo “Il commercio mercantile”, opera successiva al 1741 di P.M. Doria, in cui nel criticare non più solamente la situazione del Regno di Napoli, ma l’intero sistema politico europeo, l’autore dice che questa “tirannia universale” è dovuta al fatto che “in questo nostro tempo… li magistrati, li capitani, li sacerdoti e tutti gli ordini che governano hanno diviso la filosofia dalla politica, per unire alla politica la sola pratica” In conseguenza “li popoli menano vita mal nutrita, disordinata ed afflitta dall’ingiustizie, dalle violenze, dalle gravezze”. I tempi cambiano ma i problemi restano sempre gli stessi, a pagare sono sempre i più deboli coloro che vivono in condizioni miserrime e a cui poco importa quali e quanti passaggi il Potere possa avere poichè le prime vittime saranno sempre loro: difatti il 30 Luglio 1806 da Saint-Claud, Napoleone nello scrivere al fratello Giuseppe precisava l’importanza che il Regno di Napoli e tutti i territori del Meridione sottomessi fornissero all’Impero una somma pari a centoquaranta-centocinquanta milioni, e ciò logicamente incurante delle condizioni di vita in cui versavano le popolazioni meridionali (2).
Detta premessa ci sembra indispensabile, s non del tutto necessitata, dal fatto che sino ad ora eccezion fatta per pochi del fenomeno del brigantaggio meridionale si è data un’immagine distorta e priva di contenuti storici; ammesso che per storia si possa intendere un’arida elencazione delle razzie, degli eccidi e delle violenze. Purtroppo ciò è accaduto coi briganti, ridotti alla stregua di impavidi assassini, razziatori e taglieggiatori; ma non è vero!
Non si può assolutamente cancellare una pagina della Storia Patria poichè la si ritiene indegna: il brigante è uno sconfitto in partenza; la sua ribellione nasce da una giusta e sacrosanta esigenza di vita, ma è una ribellione che non può avere sbocchi politici, poiché è il vincitore che decide, insidacabilmente, chi ha torto e chi ha ragione.
Il Brigante non può assurgere alla dignitosa ed eroica figura del patriota, di colui che lotta per nobili ideali, proprio perchè la sua è una corsa ad handicap, parte già sconfitto, ma nonostante tutto sprezzante del pericolo lotta spasmodicamente sino alla morte…sino a quando l’odio non l’acceca, tanto da non riuscire più a distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; ciò che va fatto e ciò che non si deve fare.
Furono i francesi, venuti alla conquista dell’Italia, che giunti nel Regno di Napoli definirono per primi brigant coloro che stanchi delle ataviche oppressioni, nonché insofferenti a nuovi soprusi, si ribellarono in armi (brigant deriva dal latino “briga” che vuol dire “guerra”).
L’equazione Brigant uguale delinquente comune divenne ben presto nota a tutti; il brigante non è altro che un fuorilegge, ma opportunamente e sottilmente non si sottolinea che i francesi sono degli invasori venuti a cercare nuove ricchezze per l’impero e a cui si oppone un esercito borbonico privo di nerbo.
Lo spoglio e la miseria vigente nelle terre meridionali induce alla rivolta tanto che “dinanzi all’alternativa di vivere in ginocchio o di morire in piedi…perduta ogni speranza (i più) preferirono morire in piedi” (Res. Atti Congresso sul Brigantaggio del 1974 in Pietragalla – PZ).
Questo “morire in piedi” non è altro che una forma di rivolta ad un sistema politico-economico che ha condotto alla esasperazione più atroce: difatti al di là degli altri effetti venutisi a determinare a causa dello scontro sociale in atto – la fonte predominante di un malcontento (rectius: reazione e sollevazione armata) popolare è dovuta principalmente alla incertezza del Diritto vigente; alla sicurezza inconfutabile che ognuno potesse adire – senza partire da una posizione già compromessa inizialmente – il Potere costituito con la consapevole certezza di ottenere Giustizia o, quantomeno, il vanto del proprio Diritto.
Qui siamo agli inizi di una Rivoluzione annunciate – certamente in alcuni casi per delega – di una società dominata dalla tradizione e in cui si concentra lo scontro diretto tra fenomeni patologici: non a casa l. stabilità delle società moderne si rivela solo nel rispetto della Giustizia.
L’aspetto individuale (povertà, maltrattamenti, ingiustizie) trova rispetto nell’ambito collettivo; per cui il fenomeno individuale, acquistando risonanza attraverso la protesta e l’intolleranza, diventa fenomeno collettivo.
È indubbio che il primo atto “politico” onde evitare esasperazioni territoriali è quello di promettere quanto, se non più degli altri; oramai il regime borbonico era in crisi profonda e Francesco II risultava essere totalmente isolato da ogni “gioco” tanto che le forze franco-piemontesi tentavano la carta dell’azione rivoluzionaria, appoggiata dalle iniziative popola-ri, al fine di preparare un terreno più che fertile al movimento unitario.
E da qui, tra esasperazione ed idealismo, nasce
il povero e misero brigand!
Miserabile, ignorantissimo, pieno di pregiudizi e superstizioni “il popolo” ha come unica meta il miglioramento delle miserrime condizioni di vita: ma strumentalizzato sarà ingannato con le più strane promesse… logicamente mai mantenute.
“Incoraggiata e sostenuta dall’iniziativa pie-montese, la borghesia meridionale si schierava sempre più decisamente per l’annessione, ritenendo che ormai questo fosse l’unico mezzo, assai più sicuro di una ipotetica restaurazione borbonica o di una soluzione autonomistica, per farla finita con la rivoluzio-ne. Nelle campagne, la delusione dei contadini per la mancata soluzione del problema della terra provocare le prime gravi manifestazioni di quella rivolta contadina alla quale fu dato il nome di “brigantaggio”(3).
E, se da un lato C. Pisacane (in Saggio sulla Ri-voluzione, a cura di G. Pintor, Torino 1944) è convinto “che nel mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste: che un impulso energico può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo…”;dall’altro C. Cavour approvando le scelte fatte si augurava che “i nuovi amministratori sapranno far cessare ogni genere di discordia tra i loro concittadini”Ma proprio nel momento in cui occorreva la presenza di un uomo forte’ per definire i problemi politici, economici ed amministrativi del Mezzogiorno d’Italia, questi veniva a mancare. La scomparsa di Cavour il 6 giugno 1861 lasciava irrisolti molti problemi che, forse, visto l’inizio avrebbero trovato sorte diversa.
L’errore non consistette nell’estensione al Regno d’Italia, appena sorto, di tutti gli istituti propri del Regno di Sardegna, che si basava su un rigido controllo del potere centrale attraverso i prefetti che tegolavano l’andamento della vita in loco: l’errore, invece, fu quello di mantenere nel nuovo Regno i vecchi uomini al proprio posto.
Per un verso il discorso era logico, non si volevano apportare immediatamente e repentinamente tanti cambiamenti; per altro verso la tesi era insostenibile, poiché la conversione dei ‘galantuomini’ garantiva i forti a discapito dei deboli.
In questo quadro così complesso, e per alcuni versi miserevole, a rimetterci furono proprio coloro che “poveri e maledetti” da onesti contadini si trasformarono in “briganti”, mentre la monarchia borbonica ed il governo pontificio incoraggiavano alla rivolta popolare onde osteggiare il nuovo Regno unitario.
“Facil cosa è dire che il brigantaggio si è manifestato nelle provincie meridionali a motivo della crisi politica ivi succeduta; con ciò si enuncia il motivo più visibile del doloroso fatto, ma si rimangono nell’ombra le ragioni sostanziali, le quali invece sono quelle che vanno accuratamente studiate ed esaminate, perché esse possono fornire l’indicazione dei mezzi più sicuri e più efficaci a ricondurre le cose nelle condizioni regolari (…). Le prime cause adunque del brigantaggio sono le cause predisponenti. E prima fra tutte, la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo” (5).
Difatti anche R. Villari è convinto nel sostenere che il brigantaggio altro non è che l’esplosione della questione agraria e sociale che affligge le regioni meridionali.
“Il brigante è, nella maggior parte dei casi, un povero agricoltore o pastore di tempra meno fiacca e servile degli altri, che si ribella alle ingiustizie e ai soprusi dei potenti e, perduta ogni fiducia nella giustizia delle leggi dello Stato, si getta alla campagna e cimenta la vita, anelando vendicarsi della Società che lo ridusse a quell’estremo” (6).
Ma i problemi esistenti nel meridione non vennero giustamente intesi dai Piemontesi e nulla fu fatto onde risolverli; anzi alla insensibilità si unì la repressione più dura per cui se catturati i briganti erano oggetto di una Giustizia sommaria e passati per le armi sul posto. Nelle zone più povere della Basilicata scoppia la protesta e la rivolta che successivamente si estendono
in Puglia ed in Calabria.
La rivolta se si considera che ogni atteggiamento esige, per essere compreso, che si colga la concezione globale della esistenza che anima il soggetto agente e in cui esso vive è ampiamente giustificata.
Si è cercato, a questo punto, di collegare immediatamente il brigantaggio alla delinquenza comune, ma la tesi non regge: sia perchè le condizioni economiche e sociali delle zone meridionali erano assurde vi era un Re e una Regina ma pensavano alle feste e alla gloria mentre noi morivamo di fame, scrive il brigante Crocco nelle sue Memorie (7) -; sia perché il popolo aveva sopportato abbastanza tante ingiustizie; ed infine, poi, perché chi è costretto ad agire non invoca altro giudice che la propria coscienza e ciò perché la morale della responsabilità è quella che conduce l’uomo all’azione.
L’etica della responsabilità è semplicemente quella che si preoccupa dell’efficienza e che pertanto si definisce con la scelta dei mezzi adatti allo scopo che si vuol raggiungere; e nel caso specifico lo scopo è una migliore condizione di vita.
Non più un’esistenza miserabile ma una vita dignitosa!
Garibaldi era foriero portatore di nuovi ideali e nuovi diritti, era più che giusto attendersi che le cose mutassero; ma ciò non avvenne e pertanto la protesta aumentava sempre più.
“Il nuovo regime ha profondamente deluso i ceti subalterni. Anche in Basilicata nulla è mutato: sono sempre gli stessi uomini, le stesse famiglie che, non più borbonici ma liberali, prevalgono anche ora, come un tempo, nelle amministrazioni comunali adottando gli stessi metodi che rendono più grave ed insanabile quella profonda frattura che da tempo si è manifestata tra i vari ceti sociali.
Delle tante promesse nessuna è stata mantenuta. I galantuomini mantengono le terre usurpate e continuano ad opporsi alla quotizzazione dei demani sui quali essi, come naturali, hanno monopolizzato l’esercizio degli usi civici escludendone i contadini dal godimento: assegnatari, previo lievissimo canone,
delle terre demaniali salde e sative sulle quali è ancora possibile esercitare usi civici, quali naturali essi posseggono non solo le terre salde per i loro animali, ma anche quelle sative che coltivano direttamente con i loro salariati o cedono, con canoni elevatissimi, a coloni e contadini assetati di terra” (8).
Il nuovo regime non si scompone dinanzi a ciò, anzi tollera lo stato di fatto venutosi a creare e ciò anche, se non soprattutto, per non scontentare coloro che sono stati d’aiuto nella determinazione del nuovo line politico.
I vari Crocco, D’Amato, Chiofaro e Ninco Nano riempiono le cronache dell’epoca con le proprie gesta mentre vengono banditi dall’apposita Commissione come fuorilegge.
D’Amato – il cui vero nome è Vincenzo Mastronardi -è il braccio destro di C. Crocco; di quel Carmine Crocco che ebbe a dire: **Noi siamo come la serpe, se non la stuzzichi non ti morde”.
Ma “quando è consentita ogni violenza, legittimo ogni sopruso, il basso popolo reagisce nell’unica maniera possibile: unirsi e difendersi e, con gli stessi modi usati contro di loro, colpire nei beni e nella vita chi li costringe a divenire briganti.
Nessuno comprende lo stato d’animo di questa povera gente, nessuno giustifica la loro reazione” (9).
Quando vengono fatti i bandi per la costrizione alla leva i figli delle famiglie abbienti vengono lasciati in pace, mentre i ragazzi dai vent’anni in su e figli di contadini vengono prelevati a viva forza dalle proprie abitazioni o dai campi mentre lavorano e chi fugge è considerato renitente alla leva e se, sfortunatamente catturato, fucilato.
In Puglia gli animi sono sempre più esasperati; anche se in questa terra le condizioni di vita sono meno drammatiche di quelle esistenti e perduranti nei territori limitrofi della Basilicata e dell’alta Calabria.
In Puglia, mentre in Basilicata iniziava l’alzata di scudi da parte del basso popolo, la situazione era omogenea, vi erano stati concessi notevoli e non pochi privilegi.
In terra di Taranto la Franca Martina godeva di non poca invidiabile attenzione: Primo Privilegio di Filippo I D’Angiò, “col quale (si) dichiara Martina Demaniale in perpetuo per patto speciale cogli primi abitatori di essa”
Al detto Primo Privilegio segue il Secondo col quale Filippo dona “à Cittadini di Martina l’uso, e libertà di pascere, adacquare coi loro Animali nelli
Territori di Ostuni, Motola, e Massafra senza pagamento veruno”; ed il Terzo Privilegio in cui, sempre lo stesso Filippo, “dona alla Franca Martina due Miglia di Territorio circumcirca senza pagamento veruno” Ma non è finita, un successivo Privilegio della Principessa Catarina di Taranto ordinava “a’ suoi Mi-nistri, che portandosi nella Franca Martina non la gravassero a dar loro animali, letto, legna, paglia, ed altre senza pagarli il dovuto prezzo”.
Nel Quarto Privilegio di Roberto Principe di Taranto, il quale “presuppone altri privilegi, e libertà concesse a Martina, ed estende ed amplia il Jus di pascere, acquare, e lignare nel Territorio di Taranto, Monopoli, Noja, Matera, Genosa, Castellaneta, Brindisi, ed a tutte le Città, e Terre del Principato suo di Taranto, che allora conteneva quasi la metà del
Regno di Napoli”.
Con altro Privilegio viene concesso “di farsi la Martina” (10). Fiera ogni anno nel 15 di Maggio per otto giorni in
Come ben si evince la situazione politica, economica e sociale in Puglia, eccezion fatta per le terre daune,  godeva di una situazione se non eccezionale, certamente invidiabile visto e considerato l’estensione nel tempo di cui hanno dato frutto i succitati privilegi. Ma di tanta grazia non godevano, certamente e per altri retaggi storici, le terre limitrofe.
In Puglia si è goduto, di riflesso e per un lungo periodo, dei predetti privilegi e benefici concessi e la cui estensione, per alcuni versi, si è fatta sentire al di là del naturale “periodo” storico.
È Storia moderna, ancora, la Commissione per la revisione e determinazione degli usi civici e locali. Ma il ‘cafone’ non si vuole arrendere, lotta per una migliore condizione sociale; è stanco di miseria, sudore ed ingiustizia: a questo punto meglio morire in piedi piuttosto che continuare a condurre una vita sempre più grama e sempre più piena di stenti.
•Anche in queste circostanze così stressanti, tese e drammatiche, a ben poco vale il senno di coloro che cercano, con tanta lungimiranza, di frenare o quantomeno stemperare le tensioni sociali: di solito a personaggi come Emanuele Melisurgo non si dà ascolto.
Eppure il Melisurgo aveva visto, nel suo piccolo, nel giusto; questi tra il 1856 e il 1861 aveva appaltato la costruzione della ferrovia tra Napoli e Brindisi ed ad un certo punto, inspiegabilmente si vide sospesi i lavori: cercò, invano, di far capire al nuovo regime l’importanza che questa opera fosse portata a conclusione, ma non ottenne granchè e tutto ciò proprio nel momento in cui la protesta popolare infuriava sempre più e con il passaggio di uomini sempre più numerosi nei boschi ad arricchire la protesta dei briganti e sempre per la più cronica mancanza di lavoro (11).
È indubbia, a tal punto, una constatazione da parte di chi vive una determinata realtà storica: questi più che osservare il fatto sociale – come può lo storico dall’esterno del proprio scranno, possibilmente, oggettivo – lo “sente” e ne subisce la costrizione che lo stesso esercita, tanto da chiedersi, il più delle volte, se questo non sia un castigo. A questo punto muta l’ordine sociale nell’individuo e la intima forma di protesta diventa scopo e punto di aggregazione sociale.
Pur non considerando i mezzi violenti, ed ignorante di cosa possa voler significare e dire lotta di classe, nasce la conflittualità tra diverse posizioni “sociali”, dove lo scopo immediato e precipuo consiste nel miglioramento della propria condizione di vita a seguito del riconoscimento dei propri diritti e nella ricerca esasperata di una Giustizia che tuteli senza nè distinguo, nè differenziazioni.
L’istinto e la ragione (quest’ultima a lungo soffocata) tendono ad impadronirsi dei beni materiali utili alla vita, oltre quel minimo vitale consentito. La rivolta nelle terre del meridione preoccupa non poco, a tal punto, il potere centrale: per quanto si neghi alla propria coscienza anche il politico, sa-pientemente, apprende e comprende che il brigantaggio non può essere spacciato a lungo come fenomeno di delinquenza comune e che comunque occorre trovare un rimedio al più presto.
Non bastano più le promesse o i patteggiamenti politici, occorre una risposta ed un intervento radicale; è indispensabile pacificare una terra in cui la protesta e la ribellione si poggia su giuste cause, cause a cui, al momento, non si è in grado o non si può o non si vuol porre rimedio, ma che comunque vanno sopite o quantomeno rinviate se non del tutto zittite con la forza. Messo da parte il progetto Massari, viene approvato il progetto Pica che nel diventare legge dello Stato “assegna alla competenza dei Tribunali Militari i reati di brigantaggio, sancisce la fucilazione per chi oppone resistenza all’atto della cattura e aiuta, in qualsiasi modo, i briganti fornendo loro notizie e viveri, riconosce la possibilità di applicare le attenuanti previste dal Codice Penale anche ai delitti di brigan-taggio, concede attenuanti a chi. entro tre mesi dalla entrata in vigore della legge. si presenti alle autorità costituite e istituisce il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti. i manutengoli ed i camorristi. La Legge, approvata con procedura di urgenza dal Senato nella seduta del 6 Agosto, viene pubblicata il 15 Agosto del 1863” (12). Detta Legge eccezionale, votata dal Parlamento italiano, oltre tutto lanciava contro i briganti un esercito di ben 120.000 uomini al comando del generale
Pallavicino. Questo spiegamento, così ingente di forze, portò alla soppressione radicale di ogni focolaio di lotta e di resistenza; rimasero pochi gruppi sbandati che da allora, e sino al finire del secolo, vissero – in tal caso è vero, da puri delinquenti e sino a far la fine pessima, come altri, che toccò a Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio, nel tarantino e precisamente in terra di
Crispiano. Moriva qui anche il brigantaggio.
I resti sono il rapporto La Marmora, la relazione Mosca, le varie commissioni parlamentari succedute, si nel breve periodo, la relazione Massari, la relazione Castagniola e da ultima la Legge Pica. “Quel che importa aveva concluso il Peruzzi il 6 Dicembre 1861 – è andare alle radici dei mali, curarne non gli effetti, ma le cause. Era questa anche la tesi di Giuseppe Garibaldi: quando nel 1863 ferveva il brigantaggio… contro chi riteneva che il brigantaggio fosse delinquenza comune Garibaldi rispondeva che colà era una questione sociale, la quale non si poteva risolvere col ferro e col fuoco. Ma, egoisticamente interessati a difendere antichi privilegi, nessuno degli uomini di governo volle individuare le cause che spingevano i ceti subalterni del mezzogiorno al brigantaggio e si continuò caparbiamente a ravvisare in esso manifestazioni di delinquenza comune di cui si avvalevano i clericali e borbonici nel tentativo di restaurare l’antico regime” (13).
In conclusione: briganti non si nasce, lo si diventa… per forza.
Uomini contro Il 12 Novembre 1924 la Corte d’Assise di Taranto pronunciava Sentenza di condanna nei confronti di Angelo Rotunno (considerato il capo) da Ostuni e di altri 17 imputati: tutti erano stati giudicati e riconosciuti colpevoli di ‘ rapina qualificata e lesioni’. I fatti: la sera del 23 Settembre 1922 nella Cappella adiacente la casa padronale della Masseria San Paolo, nel mentre don Ciccio Basile – il più ricco possidente del circondario – con la moglie, la nutrice, il bambino e alcuni dipendenti dell’azienda agricola, recitavano i vespri, ecco comparire all’improvviso i “briganti”. Alcuni uomini avevano bloccato gli altri operai intenti ad altre faccende, mentre don Ciccio Basile veniva imbavagliato e legato per mani e piedi.
I bagordi iniziarono di lì a poco: i “briganti” chiesero – e logicamente ottennero – di essere serviti e riveriti in tavola e, dopo aver lautamente banchetta-to, alle prime luci dell’alba abbandonarono la ricca Masseria di San Paolo – posta sui primi contrafforti premurgiani del tarentino, carichi di ori, argenteria e danaro.
La brutta avventura lasciò un tragico ricordo in
tutti i protagonisti, ma soprattutto in Pietro Massafra, guardiano della Masseria, che, accusato ingiustamente di complicità con i “briganti”, morì in cella per le percosse ricevute e ciò prima ancora che la Sentenza fosse pronunciata.
La colpa di Pietro Massafra fu quella di essere al posto giusto nel momento sbagliato: povero uomo fu vittima del destino, il cane era stato trovato morto – presumibilmente avvelenato – e si suppose che lui in qualità di guardiano avesse segnalato il “via libera” ai potenziali complici.
L’innocenza di Pietro Massafra, purtroppo, fu dimostrata, e peccato per lui, come qualche volta può anche accadere, alla fine del processo. Nel frattempo don Ciccio Basile, con l’aiuto di amici compiacenti – e tanto per non far nomi un certo Emanuele Primavera – riuscì a togliersi qualche “soddisfazione” senza tanto intaccare il corso naturale delle cose: forse qualcuno parlerebbe di vendetta, ma ciò non sarebbe esatto; piuttosto, e con termini appropriati, si trattava di un regolamento tra “galantuomini”.
In verità, in verità, questo non era altro che il brigantaggio più deteriore: l’aspetto di una situazione oramai incancrenita.
Non si disquisiva più di rivolta per nobili e giusti ideali, purtroppo tutto era oramai perduto! attenti alle date, si parla del 1922 e siamo al periodo dopo la Grande Guerra; il Brigantaggio, quello vero, idealizzato e strumentalizzato è bello e sepolto, qui si tratta di sbandati, di chi, volente più che nolente, si nasconde dietro ideali che non gli appartengono ma che, al momento, fanno comodo…… molto comodo.
Il 16 luglio 1803 Ciro Annicchiarico, forse non tanto per amore di Antonia Zaccaria – la bella contesa – ma per altri e più venali interessi (pascoli e usi ci-
vici), non esitò a lasciar traccia delle proprie armi sul-
la pelle di Giuseppe Motolese. La storia ci dice che ambedue erano chierici….. ma tanto accadde che sin d’allora le due famiglie non si diedero più pace.
Ciro Annicchiarico, datosi alla macchia, pose il proprio quartier generale negli anfratti del bosco Pianelle e da lì controllava l’intero territorio tra Grottaglie, Montemesola, Crispiano e parte di Massafra e Martina Franca. Povero brigante, dopo esser stato utilmente esasperato ed opportunamente utilizzato per vendette trasversali tra i “potentati” locali dell’epoca, il 7 Febbraio 1818 riceveva il ben servito: catturato veniva decapitato il giorno dopo e le sue spoglie appese per lungo tempo all’ingresso di Grottaglie quale ammonimento ai più audaci.
Il “processo” e la relativa esecuzione della “con-
danna” in tempi così rapidi lasciano il tempo che tro-vano: certamente Ciro Annicchiarico sapeva troppe cose, pertanto era necessario un processo rapido; insomma di quelli che non danno troppo da pensare: uccidi il nemico dopo averlo dipinto!
E poi dici la Storia! In teoria tutto nacque per colpa e a causa delle grazie di certa Antonia Zaccaria ma, francamente, gli interessi poderali davano ben altre preoccupazioni.
Di quanto detto vi è una delle testimonianze più sincere che qui si riporta per intero: “il 4 Gennaio 1863, in casa del gentiluomo Antonio Genoviva sita in Via Duomo, il discorso cadde sui briganti… (e) diceva, il padrone di casa al cognato Luigi Blasi,… ‘ Caro Lui-gi, non devi ringraziarmi per niente, nè preoccuparti per me: io vado sempre nelle mie terre e per andarci devo passare per le tue. Qui briganti organizzati non ve ne sono e… politica non ne faccio, bado ai fatti miei. Dò pane e lavoro ai contadini, che perciò mi ri-spettano, come parimenti io li rispetto secondo i loro meriti. Se qualche malintenzionato vuol prendersela con me faccia pure!…”.
“Caro cognato – rispose il Blasi – non esagerare e non prendertela troppo!… Dobbiamo convincerci che la nobiltà feudale è finita da un pezzo, che la storia va per suo conto, mentre gli avvenimenti per ora non li possiamo governare noi galantuomini. Ma, credimi, il vento sta per posarsi…’
“Ti illudi, caro Luigi (rispose Genoviva), mi spiace dirtelo: questa storia dei briganti non finisce in pochi mesi nè in pochi anni. (…) I Borboni non si sono rassegnati di aver perduto con gli eserciti e le ri-voluzioni, e perciò coi briganti la tireranno per le lun-ghe, in attesa di non so che cosa”.
“E per la verità ne hanno di capaci – intervenne il barone (Blasi) – come per esempio quel Romano…Pare sia un fanatico semialfabeta che crede nella monarchia divina, benedetta da Pio IX. (…) Nel bosco Pianella di Martina, si dice che s’è riunito con altri capi briganti, come Pizzichicchio, Capraro e compagni; i quali, però, sempre meno riconoscono la sua superiorità e sempre più operano in zone separate e in modo indipendente” (…) “Oramai la vita è difficile in tutti i sensi – ribatte il Genoviva – ed è un fatto che anche i giovani figli di galantuomini sono diventati briganti….. Voglio dire che fra brigante e brigante cè differenza, come fra uomo e uomo e Re e Re. Prendiamo per esempio quel Pizzichicchio che avete poco anzi nominato. Io l’ho conosciuto prima ancora che andasse soldato: precisamente si chiama Cosimo Mazzeo ed è nato e cresciuto nella vicina San Marzano. Sa soltanto scuoiare una pecora, e neppure a regola d’arte! Non sa tenere il fucile in mano, meno che mai che cacciare una lepre. Immagino che sia prevalso sugli altri suoi compagni perchè sempre vociante, avvinazzato e manesco” (14). Riportiamo questo ‘dialogo’ quale simbolo topico del comune e quotidiano pensare dei “galantuomini” sul fenomeno del brigantaggio e dei problemi, politici e non a questi connessi. Ma per don Antonio non vi doveva esser pace per un pò di tempo. Un di si presenta donna Aurora e tutta trafelata racconta che alcuni briganti hanno catturato suo marito mentre era intento ai lavori presso la Masseria Triglie. La donna, tutta concitata, racconta al padrone don Antonio Genoviva che i briganti dopo aver sequestrato suo marito chiedono, suo tramite, un riscatto di millecinquecento ducati.
La Storia non si fa nè con i forse nè coni ma, comunque crediamo che, per un momento, don Antonio Genoviva si sia ripassato pian piano il discorso del tutto pacato e conviviale avuto pochi giorni prima col barone Blasi.
Comunque, uomo di polso qual era, don Antonio Genoviva decise di affrontare di petto  e da solo l’intera vicenda; in un modo o nell’altra l’avrebbe certamente sistemata e di sicuro non sborsando i millecinquecento ducati richiesti.
Don Antonio ci stava rimugginando sopra, quando un milite del Maggiore Giovinazzi, proveniente dalla vicina guarnigione di Taranto, gli si presentò di punto e con i dovuti onori, del caso, consegnò il seguente messaggio: “Ecc.mo Don Antonio, mi scuserete se approfitto della Vostra andata lunedì alla Masseria. Domani sera, devo dare la parola definitiva sul prezzo di acquisto del fondo Pezzalunga. Porterò lo spago occorrente e la canna per le misure e saranno i miei uomini ad aiutarci. Voi siete un perito in materia e non Vi sarà difficile, in base ai Vostri calcoli, dirmi il prezzo oltre il quale non mi conviene acquistare. Vi aspetterei alle cinque, se lo permettete, con la mia carrozza, all’imbocco della strada per Statte. Potete dare la risposta a voce al latore della presente, mia persona di fiducia.
Sempre Vostro devotissimo Ciro Giovinazzi”
(15).
Che il Maggiore Ciro Giovinazzi avesse saputo del “colpo” tentato ed in corso ai danni di don Antonio è cosa certa e risibile, ma del modo in cui cercava di accostarsi ad una soluzione che lo vedesse partecipe come figura di primo piano senza insospettire le parti in causa è certamente una mossa molto abile. La soffiata – giunta al Maggiore per vie traverse
– rese possibile la predisposizione di un piano attento e particolareggiato e di cui don Antonio, uomo d’a-zione, al momento doveva restare all’oscuro di tutto.
Alle ore 5 del 5 Gennaio 1863 don Antonio Ge-noviva, sellato il cavallo, si mise in cammino per la masseria Triglie; all’incrocio per Statte, come da accordo convenuto, si incontrò col Maggiore Ciro Gio-vinazzi e la sua scorta.
Il gruppo proseguì insieme per un buon tratto, ma giunto in prossimità del Monte Termiti si divise: don Antonio con la scusa di una scorciatoia si avviò da solo per un rapido e scosceso sentiero, mentre il
Maggiore col suo calesse e la scorta proseguirono per la carrozzabile verso Crispiano.
Il Genoviva era preceduto dal suo fedelissimo cane; il cane puntò un cespuglio e vi azzannò un brigante ivi nascosto.
Don Antonio fece fuoco col proprio fucile in direzione del cespuglio uccidendo il brigante, ma altri ne uscirono allo scoperto e catturarono il malcapitato.
Il dramma oramai volgeva a termine; difatti uditi gli spari il Maggiore Ciro Giovinazzi col proprio drappello di uomini si precipitava sul posto nel mensara si dileguarono. tre i briganti dopo aver ucciso don Antonio e la mas-
Seguirono giorni terribili. sempre più il cruento scontro. L’epilogo era oramai alle porte; si avvicinava
Lo scontro era sentito imminente da ambedue le parti: i briganti si erano radunati presso la Masseria di Belmonte e alle prime luci dell’alba del 16 Giugno 1863 Carabinieri e guardie nazionali attaccarono.
Circa 90 uomini parteciparono attivamente all’azione armata contro i briganti: questo il resconto del sottoprefetto G. Serpini al Sindaco di laranto R. Sotto-Prefetto del Circondario di Taranto Uffício di Pubblica Sicurezza – N. 1308 Taranto 17 giugno 1863 Al Signor Sindaco di Taranto
La banda Pizzichicchio nel numero di 37 briganti e stata distrutta in queste campagne presso la masseria
Belmonte dai Carabinieri e Cavalleggeri Saluzzo, c mandati dai valorosi ufficiali Capitano Allisio e Te nente Guidelli, da 10 G.N. di Massafra e 3 di Grotta glie, comandati dal bravo signor Perrone Nicola di Laterza, de quali, ad onorevole ricordanza, si riportano al margine i nomi.
Tutti combatterono con immenso ardore e spie.
garono nella ricorrenza coraggio e valore non comu-ni. Dei briganti si son trovati morti nell’attacco 17, ed 11 feriti fatti prigionieri, tra i quali i capibanda Trinchera di Ostuni e Maniglia di S. Giorgio detto il tignoso uno dei più feroci e sanguinari dell’orda, che stamane alle 7 a.m. sono stati tutti passati per le armi. Il Pizzichicchio ed altri ancora si accerta essere pure morti, ma finora non se ne sono rinvenuti i cada-veri.
Ogni onesto cittadino esulti a sì splendida vitto-ria: tuttavia non è da addormentarsi sugli allori. De bellata la banda più devastatrice, resta ancora a spegnersi da cima a fondo e per sempre il brigantaggio. Ringagliardisca quindi l’operosità nelle G.N. ed in tutti i funzionari. Si proseguono incessantemente le perlustrazioni, ognuno cooperi come può allo scopo con fermezza, con ostinata insistenza, e tra breve il trionfo sarà completo.
Faccia la S. V. affiggere copia della presente nel Corpo di Guardia Nazionale, e negli altri luoghi che crederanno per la maggiore pubblicità ad un avvenimento che può a ragione considerarsi unico nei fasti del brigantaggio. F.to il Sottoprefetto Serpini. Pizzichicchio aveva le ore e i giorni contati oramai. Dopo essere sfuggito miracolosamente al combattimento di Belmonte del 16 Giugno 1863 losi *ninvenne nascosto il 4 Gennaio 1864 nel fumaiolo di una masseria alle falde dei monti di Martina, da quella Guardia Nazionale comandata da Donato De Felice; e tutti furono giudicati dalla Corte Marziale di Potenza, che li condannò a morte. Taranto, Martina e i Comuni vicini esultarono e la vita si riebbe nelle campagne abbandonate. Così del brigantaggio nella nostra provincia non rimasero che i lutti e i paurosi ricordi, annientato per sempre nel Crispianese sul piano di Belmonte” (16).
Si chiudeva così un tragico capitolo che, tra le tante vittime aveva annoverato due padri cappuccini uccisi la mattina del 17 Maggio 1863 ad opera della banda Pizzichicchio dopo la celebrazione dell’eucarestia. I due padri cappuccini, ritenuti dei delatori, nella mattinata di quel tragico giorno, in Triglie, furono avvicinati dai briganti che con ferocia li uccisero.
Questo era diventato il brigantaggio: una forma malvagia e cruenta di una lotta popolare, di una rivolta, nata con degli obiettivi e perita senza ideali.
Tutto si era perso per strada, nei meandri della politica; la vera sfida era durata il sorgere di un giorno, poi la fame e la miseria avevano ineluttabilmente preso il sopravvento sulla ragione. La Chiesa, i Borboni, i piemontesi, i galantuomini: all’inizio il ‘basso popolo doveva pur fare una scelta; ma il problema non era “quale scelta”, poichè una volta fatta tale scelta questi poveri uomini, per necessità o per virtù, affrontavano ogni disavventura; il problema era, invece, per conto e per chi questa scelta veniva operata ed attuata.
La miseria è una brutta belva che acceca la mente e rende incoscienti: in fin dei conti a ben vedere i contadini iniziarono una lotta per conto proprio, la condussero per conto terzi ma morirono con la propria pelle!
Ad maiora.
BIBLIOGRAFIA GENERALE
1) Relazione dell’On. le Massari alla Commissione d’Inchiesta sul Brigantaggio. Ed. in Napoli nel 1963. (Vedasi anche: Inchiesta sul
Brigantaggio. La Relazione Massari-Castagnola. Lettere e Scritti di A. Saffi, p. 103 e ss.)
2) A. Du Casse, Meoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph publiés, annotés et mis en ordre par A. Du Casse, Vol.
II, Paris 1853.
3) Rosario Villari: Storia Contemporanea, 7ª edizione, 1975. Laterza Editore (Ba), p. 203.
4) Camillo Cavour, Liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia. Carteggi. Vol. IV (Dic. 1860 – Giu. 1861) Bologna
1961.
5) Relazione dell’On. Massari…. idem, cit.;
6) C. Dotto Dè Dauli, Sulle condizioni morali e materiali delle Provincie del Mezzogiorno d’Italia, Napoli, 1897, p. 103.
7) C. Crocco, Come divenni Brigante, (Memorie); in Atti AA. VV. Archivio.
8) Tommaso Pedio, Il Brigantaggio Meridionale, 1806-1863, Capone Editore, Lecce 1987.
9) T. Pedio, ibidem; cit.
10) D. Isidoro Chirulli: Istoria Cronologica della Franca Martina. Cogli Avvenimenti più notabili del Regno di Napoli. Tomo Secondo.
-Venezia 1752. Ristampa anastatica del 1982 a cura del Gruppo Umanesimo del Pietra di Martina Franca (Ta).
11) E. Melisurgo, Le Ferrovie dell’Italia Meridionale, Memorandum. Napoli 1861.
12) T. Pedio, ibidem; cit.
13) T. Pedio, ibidem; cit. vedasi nota 54 p. 138.
14) Bitetti-Genoviva, Il sergente Romano, Brigante Terribile, p. 131-133. Schena Editore – Fasano (Ba).
15) Bitetti-Genoviva, ibidem; cit.
16) Bitetti-Genoviva, ibidem; cit.

Da sempre il fenomeno del brigantaggio ha interessato e continua ancor oggi a interessare ogni parte del mondo (si consideri ad es. la pirateria somala, bengalese e i predoni maliani, ecc). Anche ai tempi dei Romani la storia ci tramanda esempi eclatanti di scorrerie legate al brigantaggio. Ad esempio, Plinio il Vecchio ci narra le vicende del brigante Corocotta in Cantabria (Spagna), per sedare le quali Ottaviano Augusto fu costretto ad impegnare una delle migliori legioni. Nello stesso periodo storico, molti pastori tarantini, per non pagare i pesanti tributi, preferirono riparare nei vicini boschi, per poi effettuare delle rapide scorribande, attaccare le disorientate milizie romane e fare immediato ritorno nella fitta boscaglia. Dopo alcuni anni, però, furono sconfitti e trucidati senza alcuna pietà: le loro teste, infilzate nelle lance, furono condotte in città come monito. Lo stesso Barabba era considerato un ribelle, un ladro. Nel Vangelo, Giovanni lo definisce un vero brigante, (λῃστής, lestés, truffatore, canaglia). Ci sarebbero innumerevoli altri casi di brigantaggio, ma omettiamo di considerarli per evidenti ragioni di spazio.

Cosimo Mazzeo nacque il 13 gennaio 1837 a San Marzano di San Giuseppe (Ta) da Pasquale e Maria Troilo. Sin da ragazzo dimostrò insofferenza nei confronti delle persone prepotenti, in particolar modo di coloro, come i grandi proprietari terrieri, che sfruttavano sino all’inverosimile i contadini. Questi erano costretti a lavorare dodici ore al giorno, dalla alba al tramonto (“de sule ‘n sule”, cioè di sole in sole, come si usava dire a quei tempi) in cambio di una paga molto modesta, che consentiva di acquistare appena il pane necessario per sfamare le loro numerose famiglie. Cosimo aveva un carattere fermo, deciso, ma era anche generoso e sensibile; si arrabbiava con chiunque usasse maniere forti nei confronti dei deboli e degli oppressi, arrivando perfino a litigare più volte con suo padre, quando questi usava modi molto rudi, soprattutto nei confronti degli altri fratelli. Lavorava duro, sempre profondendo il massimo e il meglio di sé e senza mai approfittarsi di nulla o lamentarsi della dura fatica. Unico difetto, se di difetto si può parlare, era quello di non sopportare le imposizioni e gli aspri rimproveri, al verificarsi dei quali perdeva i lumi della ragione e contestava ogni cosa, schierandosi sempre dalla parte degli umili e degli indifesi. Per questo carattere ribelle e sfrontato era tenuto alla larga dai signorotti del paese, che vedevano in lui un “rivoluzionario”, un uomo dalle “strane idee e modi irriguardosi”. Chi lo conosceva a fondo, però, lo considerava un giovane coraggioso, senza paura, che non si tirava mai indietro di fronte a palesi ingiustizie. Al compimento della maggiore età, Cosimo decise di arruolarsi nel Regio Esercito per venir fuori da quel mondo fatto di continui soprusi, vessazioni ed inganni. Ci rimase per poco tempo, perché venne messo in aspettativa dalle autorità militari, forse per qualche episodio di insubordinazione.

Subito dopo l’Unità d’Italia, il giovane, che inizialmente aveva appoggiato la spedizione di Garibaldi, da molti additato come l’uomo della Provvidenza, dovette subito ricredersi per via della politica molto dura e senza aperture sociali da parte del nuovo governo nazionale. In diverse circostanze manifestò pubblicamente sdegno e rancore nei confronti dei settentrionali, definendoli “sfruttatori senza cuore”. Avendo ricevuto la “chiama obbligatoria alle armi”, non accettò di indossare la divisa di soldato italiano[1], per cui fu costretto a latitare, nascondendosi con il fratello Francesco ed altri tre compagni, dapprima nei vicini boschi e poi nelle quasi inaccessibili Grotte del Vallone[2], dove vi rimase per un anno, senza mai essere scoperto dai carabinieri. Qui costituì il Nucleo Armato della Resistenza, che andò via via ingrossandosi.


Crispiano (TA) – Le grotte del Vallone

Da quel momento il suo nome di battaglia fu “Pizzichicchio” (non si conoscono i motivi di tale soprannome), la cui fama valicò i confini del tarantino, diffondendosi ben presto nel materano, nelle Murge baresi, nell’alto e medio Salento.

Dalle autorità italiane fu considerato un pericoloso brigante, ma non lo era affatto, perché scelse di difendere con le armi, con l’onore e con il sangue la propria gente, la propria terra. Non fu un bandito comune, ma un “coraggioso partigiano”, reso tale dalle inique condizioni di vita imposte dall’invasore piemontese.

Pizzichicchio fu un uomo buono e generoso con i contadini, ai quali offriva protezione e sicurezza e dai quali riceveva riparo e vettovaglie. Con il passar dei mesi divenne uomo temutissimo da parte dei ricchi possidenti locali che, abiurando il governo borbonico, avevano accettato i “favori” del nuovo stato italiano. Come dire: i furbi, gli infedeli e i voltagabbana montano sempre sul carro del vincitore, chiunque esso sia. Per tale motivo Cosimo reagì con violenza nei confronti di costoro, assaltando le masserie, depredandole ed offrendo ogni cosa alla povera gente. La banda di Pizzichicchio, in meno di un anno, s’era ingrossata al punto da essere temuta dalle pattuglie dei carabinieri, che spesso subivano violenti attacchi.

Per contrastare efficacemente le forze dell’ordine, Cosimo preferì accordarsi con altri capi del brigantaggio meridionale, come Carmine Donatelli “Crocco”, il “Sergente Romano”, “Caruso, “Laveneziana” e “Ninco Nanco”. Queste opportune alleanze gli consentirono di muoversi con maggiore sicurezza nel territorio di sua competenza: il tarantino.

Il suo abbigliamento era sempre impeccabile. Indossava una giacca a doppio petto, una camicia bianca, i pantaloni in velluto nero e un cappello cilindrico con pomello pendente sulla sua destra, al pari del “fez” fascista.

L’episodio, che più d’ogni altro lo ha legato alla storia del brigantaggio, è rappresentato dalla presa di Grottaglie.

Correva l’anno 1862 e, come in molte altre realtà del Mezzogiorno, anche a Grottaglie era in atto una sorta di tacita guerra tra i “legittimisti”, cioè coloro che consideravano legittima la sovranità del deposto Re Francesco II di Borbone, e i “liberali”, ossia coloro che sostenevano strenuamente il neonato governo unitario.

I “legittimisti” erano in maggioranza rispetto ai “liberali”, per cui buona parte del popolo non si riconosceva nel nuovo stato. Anche a Grottaglie il malcontento si faceva sentire fortemente tra i contadini, i braccianti, gli ex-militari borbonici scampati alla deportazione ed i nostalgici di re Francesco II, il quale sosteneva finanziariamente e spronava la gente meridionale alla rivolta da Palazzo Farnese in Roma.

Il motivo che spinse Pizzichicchio ad “attaccare” Grottaglie è legato all’annuncio di “leva obbligatoria” fatto affiggere dalle autorità italiane sui muri del paese. La popolazione si ribellò energicamente, poiché temeva di perdere le forze lavorative più fresche e vigorose, la cui assenza avrebbe determinato un peggioramento delle già grame condizioni di vita. La rivolta fu facilmente sedata dalle forze dell’ordine, il cui duro intervento determinò la morte di due uomini e il ferimento di una decina.

Il 17 novembre 1862, Pizzichicchio, ferito nell’onore e nell’orgoglio, decise di marciare con i suoi uomini verso Grottaglie. All’ingresso in città, il popolo corse loro incontro accogliendoli al grido di “Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva li piccinni nuesce“. In poco tempo il gruppo di insorti ebbe facile sopravvento sulle deboli resistenze dei carabinieri. Dopo aver abbattuto lo stemma sabaudo, i briganti fecero razzia di fucili, sciabole, cavalli e muli; liberarono i detenuti, depredarono e bruciarono le case e svuotarono i negozi dei liberali.

Alcuni nobili fecero in tempo a fuggire, altri furono catturati, legati, portati di peso nella piazza principale e fatti oggetto di sputi e sbeffeggiamenti.

Dopo questo grave episodio di guerriglia urbana, Cosimo Mazzeo entrò nella leggenda e divenne uno tra i briganti più temuti del Meridione. Il “patriota” (così venne definito da alcuni storici locali dell’epoca) non si fermò a questa sola azione dimostrativa; infatti anche Erchie, Cellino San Marco ed altri paesi furono visitati e momentaneamente liberati.

Sua madre, Maria Troilo, lo ammirava come se fosse un dio, tanto da sfidare con tono e modi sprezzanti gli agenti della Guardia Nazionale e i carabinieri, definendoli imbelli e avvisandoli che, se l’avessero arrestata, Cosimo li avrebbe bruciati vivi.

Della sua banda facevano parte una quarantina di uomini, tra contadini, pastori e artigiani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, i quali vedevano in lui un vero condottiero, abile a muoversi nel territorio ed attaccare nei momenti più opportuni le forze dell’ordine.

La sua bella e appassionante storia finì all’improvviso. I carabinieri, ormai sulle sue tracce, lo pedinavano in continuazione e aspettavano un suo passo falso. In una mattina del giugno 1863, Cosimo con i suoi compagni si mosse dal bosco delle Pianelle, in una località chiamata “Tavola del brigante”, dove la banda aveva il suo quartier generale, per compiere razzie in una zona del Materano. I suoi movimenti, però, furono intercettati prima dal capitano Francesco Allisio, al comando di uno squadrone di cavalleggeri del reggimento Saluzzo, e poi dalla Guardia Nazionale di Taranto. I banditi, braccati per alcuni giorni, trovarono rifugio nella masseria Belmonte, ma furono quasi tutti uccisi. Cosimo riuscì a mettersi in salvo con alcuni fedeli compagni. Ormai, però, il cerchio gli si stava stringendo intorno. Sei mesi dopo fu segnalata la sua presenza nella masseria Ruggiruddo, in agro di Crispiano. Intervenne un folto contingente di carabinieri. Cosimo si nascose in una canna fumaria, ma fu scoperto e consegnato alla Corte marziale di Potenza, che lo condannò a morte. Il 28 novembre 1864, Pizzichicchio, il brigante leggendario, fu fucilato alle spalle, come si faceva con i traditori. Prima della fucilazione, l’uomo chiese ed ottenne di indossare la giacca a doppio petto, la camicia bianca, i pantaloni di velluto e il suo inseparabile copricapo.

A questo “nobile” brigante, a questo “piccolo grande” uomo, che tanto amò e difese la sua terra e che combatté strenuamente ogni prepotenza e sopruso degli uomini, mi sento in dovere di rivolgergli un sentito pensiero di ringraziamento.

È il minimo che si possa fare per lui.

 

TIME LINE

Fatti storici — Il grande brigantaggio a Crispiano di Giorgio Sonnante

21 Ottobre 1860

Si svolge il plebiscito per l’annessione delle province napoletane al Regno d’Italia.

11 novembre 1861

Luigi Caliandro, ritenuto informatore dei gendarmi, viene ammazzato a fucilate nei pressi dell’aia di masseria Minco di Tata, sita in corrispondenza dell’attuale incrocio tra corso Vittorio Emanuele e via D’Annunzio.

Inverno 1861–1862

I briganti scorrazzano alla ricerca di Benedetto Rodio (1830-1914), calzolaio d’origine martinese abitante a Crispiano. Lo attendono sul Monte del Tufo (attuale Cimitero) mentre torna dalla sua campagna (ha un piccolo fondo in contrada Miola). Rodio riconosce i briganti e nasconde la propria identità. I briganti, scoperto l’inganno, rintracciano la moglie, la rapiscono e la violentano. Nasce un figlio, poi emigrato in America.

Primi mesi del 1862

I briganti fanno ingresso nel paese di Crispiano alla ricerca dell’economo curato Vincenzo Marinò. Non avendolo trovato, incendiano la casa in cui abita, in via Paisiello 39. Il curato, visto l’accaduto, si ritira definitivamente a Taranto.

Sera del 13 maggio 1862

I Carabinieri, di stazione presso masseria Orimini, avvistano 23 briganti sulla via nuova Martina–Taranto, diretti a Crispiano.

Estate del 1862

Le bande del Sergente Romano fissano il quartier generale nel bosco delle Pianelle (agro di Martina Franca); un avamposto viene stabilito sulla sommità di contrada Pentima Rossa, direttamente collegata al bosco da un braccio del Tratturello Martinese.

16 ottobre 1862

I briganti entrano a Crispiano durante la festa dell’Addolorata, depredando la banda di Locorotondo (che stava eseguendo un concerto).

7 novembre 1862

Pizzichicchio e i suoi uomini estorcono 50 ducati e 3 cavalli a Cataldo Fornaro di Montemesola, proprietario di masseria Scorcola.

5 gennaio 1863

Antonio Ceneviva, proprietario dell’attuale masseria Torre Ceneviva, riesce a colpire un bandito con una fucilata, ma poi viene trucidato insieme alla massara.

5 aprile 1863

Pizzichicchio tenta una nuova estorsione ai danni di Cataldo Fornaro, proprietario di masseria Scorcola.

9 maggio 1863

Vengono rubati due cavalli al martinese Giuseppe Fedele, nei pressi di masseria Medico di Maglie.

Primi di Giugno 1863

I briganti uccidono quattro buoi in masseria Medichicchio.

16 giugno 1863

Reparti di cavalleria, dei Carabinieri e della Guardia Nazionale sgominano e disperdono la banda di Pizzichicchio presso masseria Belmonte (l’evento è noto come Battaglia di Belmonte).

20 giugno 1863

Nella gravina di Triglie viene ritrovato il cadavere del crispianese Giuseppe Marraffa, sospettato di essere un informatore dei Carabinieri. Probabilmente il mandante dell’omicidio fu Leonardo Leo di Crispiano.

24 giugno 1863

Pizzichicchio e altri raggiungono masseria Medichicchio, ove uccidono un bue, ne ferirono altri tre e lasciarono un biglietto con richieste di estorsione al proprietario Giuseppe Zigrino.

Agosto 1863

Cosimo Mazzeo e pochi altri s’aggregano alla comitiva di Vito Rocco Chirichigno (1834-1865) di Montescaglioso, detto Coppolone.

30 agosto 1863

Il padre cappuccino Nicola Vinci da Montescaglioso, ritenuto un informatore delle forze dell’ordine, viene ucciso presso la chiesa di masseria Vallenza Blasi.

27 settembre 1863

Pizzichicchio e Coppolone rubano vari oggetti a masseria Fogliano.

Poco dopo il 27 settembre 1863

Gli stessi briganti tentano di estorcere 500 piastre ad Antonio Natale di Montemesola, proprietario di masseria Cigliano.

21 novembre 1863

Pizzichicchio e altri sedici uomini vengono intercettati a masseria Pilano dai soldati della 13a Compagnia del 24° Reggimento Fanteria. Viene catturato solo il brigante gioiese Giovanni Custicot, detto Annella.

6 dicembre 1863

Pizzichicchio irrompe con otto compagni nella masseria Scorace, derubando la cena al massario e al bracciante Francesco Santoro.

4 gennaio 1864

I soldati della Guardia Nazionale di Martina e due carabinieri ritrovano nella masseria Ruggeruddo il brigante Pizzichicchio, con molti oggetti rubati.

27 agosto 1864

A masseria Todisco (in agro di Statte) viene catturato dalla Guardia Nazionale di Martina il brigante Giovanni Console.

Elegante, anche nella vita raminga da temuto capobrigante era sempre impeccabile nel suo originale abbigliamento :una giacca a doppio petto, camicia bianca ed un cappello cilindrico con pomello pendente sulla sua destra,Temutissimo ed odiatissimo dai possidenti terrieri, amatissimo dai contadini; era considerato un “riparatore di torti subiti dagli oppressi.
Molti lo detestavano ma erano altrettanto molti coloro che lo amavano e lo adoravano; di certo ancora vivente divenne una leggenda popolare; enorme fu anche la caccia che i Reali carabinieri e la guardia nazionale gli fecero; fu tra gli ultimi capobriganti ad essere catturato; anche grazie ad una vera e propria rete di “intelligence” e di spie che gli permise di sfuggire innumerevoli volte alla cattura; Pizzichicchio conosceva bene il suo territorio e godeva dei favori popolari.
Cosimo MAZZEO detto PIZZICHICCHIO” è nato in provincia di Taranto ) nel 1837 a San Marzano di San Giuseppe (Shën Marcani e Shën Xhësepëti in lingua arbëreshë), era di lingua arbëreshë, divenne soldato di sua maestra borbonica Ferdinando II delle Due Sicilie nel 5º Battaglione Cacciatori e, nel 1860, dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico, riuscì a mettere sotto il suo completo comando ben tre bande di briganti. Brigante presente nelle Provincie di Bari, Brindisi e Taranto, e rispettato dagli altri leader del Grande Brigantagggio collaborò con il Sergente Romano, Carmine crocco, Laveneziana e Ninco Nanco, inoltre partecipò alla presa di Carovigno, Erchie e Cellino San Marco.
Nel 1863, il brigantaggio era in declino, Pizzichicchio scelse Crispiano come quartier generale. La banda di Pizzichicchio uccise Antonio Ceneviva capitano della Guardia Nazionale. Lo Stato Savoiardo rispose inviando a giugno una milizia di novanta uomini. Si ebbe uno scontro alla masseria di Belmonte dove si erano rifugiati i briganti. La Guardia Nazionale e i Carabinieri non riuscirono a espugnare la masseria e batterono in ritirata. Pizzichicchio, allora, comandò un attacco a sorpresa sui soldati ma i militari ebbero la meglio Pizzichicchio riuscì a sfuggire all’arresto e fu latitante per parecchi mesi. Nel gennaio del 1864, il Comandante dei Carabinieri Donato De Felice, insieme ad alcuni suoi uomini, lo scovarono pressi della masseria Ruggeruddo. Pizzichicchio fu arrestato e condotto a Potenza, dove, a soli 27 anni, fu processato e condannato a morte il 28 novembre 1864.
Il capobrigante è ancora vivo nella memoria popolare, fino a poco tempo fa i ragazzi discoli erano chiamati affettuosamente “pizzichicciu” ed ancora ci sono racconti, uno narra che Pizzichicchio frequentasse la masseria di “Tatattino”, come era chiamato il suo amico Martino Savino (oggi masseria La Petrosa), vicino San Marzano, suo paese natio.
Una sera Pizzichicchio, sentendo avvicinarsi il momento del suo arresto, si presentò alla masseria con una cassa piena monete e gioielli e chiese al massaro di custodirla e che nel caso morisse, il tesoro era suo.
Il massaro, troppo onesto, non accettò, il Pizzichicchio conoscendolo non se ne ebbe a male, lo salutò e uscì. Mentre si allontanava il massaro sull’uscio gli gridò:
< Ma ora che ne farai?> <Lo seppellirò sotto l’ulivo che mi piace di più> La leggenda popolare dice che ancora oggi un ulivo della campagna tra Taranto e Brindisi custodisce ancora il “tesoro di Pizzichicchio.