Torre Longa - Lamialonga

a corte chiusa - XVI secolo

Archivio n.: 81


Una splendida masseria del 1500, immersa nell’antica Foresta Tarantina, circondata da una vasta distesa di ulivi secolari. È sede del Museo della Civiltà Contadina (al momento non fruibile): nelle nove sale tematiche si possono ammirare gli ambienti tipici delle dimore popolari del primo Novecento, la cucina con il focolare e la camera da letto. Il primo nucleo della collezione museale risale al 1967, quando Edmondo Perrone cominciò la raccolta di oggetti, attrezzi e macchinari agricoli conservati nella masseria. Molto caratteristico il Frantoio oleario e l’antica torre medievale. Ospita inoltre una Capella intitolata a Santa Maria della Croce – dal 1931 Santa Maria Liberatrice.

La bellezza di questa Masseria, la vastità dei sui terreni e la sua posizione strategica all’interno della Foresta Tarantina, lungo il tratturo martinese, l’hanno resa protagonista nella lunga storia che la riguarda di varie contese prima tra Mensa Arcivescovile di taranto, i grottagliesi e i martinesi, poi tra i vari successori.

La bellezza di questa masseria l’ha resa il set ideale per diversi film

  • “La mia bella Famiglia Italiana” diretto da Olaf Kreinsen con Alessandro Preziosi, Tanja Wedhorn e Karin Proia
  • “Il ritorno” del regista Olaf Kreisen
  • “Ci vediamo domani” del 2013 diretto da Andrea Zaccariello e interpretato da Enrico Brignano.
  • “Sei mai stata sulla luna?” del 2015 diretto da Paolo Genovese. La pellicola ha per protagonisti Liz Solari, Raoul Bova e Neri Marcorè

Di Angelo Carmelo Bello
(dalla rivista Umanesimo della pietra – Riflessioni – Luglio 1994)

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Ritrovamenti archeologici
Reperti sono stati rinvenuti in superficie sul terreno arabile del comprensorio e datano a partire dal paleolitico; non mancano frammenti ceramici e selci scheggiate, nonchè selci levigate del Neolitico e, quindi, frammenti di ceramica del tipo Egnazia dal IV al I secolo a.C.
Questi ultimi sono stati ritrovati nella parte di azienda ricadente in territorio di Martina, in contrada Marraffa Vecchia, nei pressi del rudere di un antico trullo.
Di sicuro interesse sono  i reperti di epoca romana, fra cui i resti di un sarcofago e di tre lapidi tombali, pubblicate dapprima da Ciro Cafforio e poi studiate da Lidio Gasperini rinvenuti nella Foresta di Lupoli.  La prima di esse reca l’iscrizione Camulus / Crispinillae / serus greg. / Vix an XXXV / H.s.e., fa riferimento al saltus (azienda agricola sita in posizione montuosa o collinare) Crispinillae.
Tale signora romana, documentata storicamente quale cortigiana di Nerone e, quindi, vissuta a cavallo della metà del primo secolo dopo Cristo, aveva esteso i propri interessi commerciali, soprattutto in campo oleario, fino alle regione istriane e dalmate, dove sono state rinvenute anfore olearie recanti il suo sigillo.
La seconda stele funeraria ritrovata a Lupoli riporta: Sucesa/ Cora, casi/ ser. v. anis XL. Si tratta di una schiava dal doppio cognome, serva di un certo Cassio, morta all’eta di 40 anni.
La terza, Dis manib.  /Ursilla, serva Caes. vix. /annis XXXX. Fec. Ulp./ Fortunatus matris bene merenti/ H.s.e., riveste particolare importanza perchè si riferirebbe ad un liberto di Traiano, tale Ulpio Fortunato, figlio di una Ursilla serva Caesaris. Se ne deduce che la la lapide risale all’età di Traiano (perciò circa il 117) e che il saltus era, all’epoca, patrimonium principis o fisci.
La successione delle proprietà  risulterebbe dunque, nell’ordine: Crispinilla, Cassio, patrimonio imperiale.
approfondimento

Puoi trovare altre notizie approfondite sulle vicende della masseria e le successioni sulla rivista Umanesimo della pietra – Riflessioni – luglio 1994

Cappella di Santa Maria Liberatrice (Già Santa Maria della Croce)
di Angelo Carmelo Bello dal  Libro “Crispiano: Triglio e Dintorni – Gravine – acquedotto romano. cappelle rurali”

Agli inizi del XVII secolo, tra le concessioni di beni alla Mensa Arcivescovile di Taranto, La Masseria Lupoli (già “Torre Longa”) è assegnata alla famiglia cenci di Martina.
Tuttavia, il bel Museo della civiltà contadina allestito in loco conserva importanti reperti greci e romani reinvenuti sul territorio. Dai Cenci passò alla famiglia tarantina dei Lupoli, poi a Cataldo Nitti ed infine alla famiglia Perrone che ne conserva ancora gran parte. La Cappella dedicata alla Madonna della Croce risale al XVII secolo. L’11 gennaio 1718 Biagio Antonio Caputi così annota in un verbale di Santa Visita: “accessit ad rus magnifici Francisci Lupoli civitatis Tarenti, in pertinentis terrae Martinae, et proprie in loco dicto sotto li Monti di Martina, ibique invenit cappellam sub Titulo Sanctae Mariae de Cruce in positura plana, ad quam uno gradu ascenditur, cuius structura laudavit. Eius cappella etsi contigua sit domibus abitationis eiusdem ruris, nulla attamen habet iter ed eam sed pervenit unam publicam viam ad omnium commoditatem: est oblunga palmus quadraginta, lata vingintiquattor et alta triginta. Lamiatum tectum habens tegulis et imbricis unam continet hostialem valvam; campanile cum sua campana videntur.” Dagli inizi del novecento il Titolo risulta mutato in “Santa Maria Liberatrice”. L’assetto attuale risale qagli ultimi restauri effettuati nel 1931 a cura di Paolina De Nicola, vedova Perrone e la Chiesa venne di conseguenza nuovamente benedetta il 10 Guigno del 1931.

Nota Di Luigi Perrone

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