Calzorusso Seu trappeto

Corte chiusa - XVI Secolo

Archivio n.: 75

Inserita anticamente nel territorio della Foresta, fra i monti di Martina e l’antico tratturo martinese, la masseria Mita risale al Seicento.  

Appartenente dalla sua nascita a ordini monastici, nel catasto onciario del 1742 era intestata al monastero della Purità di Martina Franca. Dopo la nascita del Regno d’Italia e la soppressione degli Ordini Religiosi e la confisca delle loro proprietà agrarie, la masseria fu acquisita dallo Stato e venduta all’asta.

È una costruzione a corte chiusa, circondata da muretti a secco, con una piccola cappella dedicata all’Immacolata e un’aia settecentesca. 

Vi è presente anche uno jazzo, caratteristico recinto per pecore. Nelle vicinanze della masseria Mita passa il tratturello martinese, uno dei sentieri percorsi durante la transumanza, la migrazione stagionale che conduceva annualmente le greggi dall’Abruzzo alla Puglia. Il viaggio durava circa due settimane, lungo vie erbose che potessero fornire cibo agli animali. Nei dintorni della Masseria Mita, ci sono tracce di insediamenti greci e romani. 

Avviata azienda agricola, produce un ottimo olio d’oliva e vini biologici di qualità da un moderno vigneto a spalliera, che si possono degustare nel corso delle visite alla masseria.

Del prof. Giorgio Sonnante
(dal Bibliomag della Biblioteca Civica Carlo Natale di Crispiano)

approfondimento

Origine del Nome

Fin dal Seicento la masseria era intestata alle Agostiniane eremitane di Martina, cioè al monastero femminile della Purità. La masseria conserva il nome dei possidenti martinesi che ne detennero l’utile proprietà per lungo tempo in Età moderna.

Preistoria ed età antica

L’area è attraversata da una via di comunicazione preistorica, in uso anche nell’Età antica per collegare Brindisi con Matera, prima e dopo la costruzione della Via Appia romana.Nei dintorni sono state identificati i siti di numerose fattorie greche e villae romane. Queste ultime appartennero perlopiù a importanti personalità dell’epoca: matrone, ex-consoli e imperatori che conducevano attività agricole (olivicoltura e viticoltura) e pascolo (in particolare ovini e caprini). In particolare, è noto che l’olio prodotto dalla matrona Calvia Crispinilla veniva poi trasportato verso i porti di Taranto e di Brindisi e veniva venduto nell’Italia settentrionale e nella penisola balcanica.

 

Età medievale e moderna

Il territorio a cavallo tra la Silva Tarentina e la Foresta di Grottaglie fu intensamente colonizzato a partire dal Mille. In quanto feudo demaniale della mensa arcivescovile di Taranto, gran parte della sua estensione non fu mai disboscata ed era impiegata per il pascolo di ovini, caprini e suini, mentre soltanto alcuni appezzamenti erano coltivati a seminativo. A partire dal Quattrocento, per via della crisi climatica che condusse alla Piccola Era Glaciale (1550-1850), crebbe l’impianto di olivi, che diedero luogo alle attuali marine che rendono inconfondibile il paesaggio. Non è trascurabile la pratica di frutticoltura e orticoltura, soprattutto negli orti (detti giardini), recintati per essere protetti da persone e animali. Nell’Ottocento le mutate condizioni economiche imposero lo sviluppo della viticoltura.

 

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Luogo di culto

La chiesa, dedicata all’Immacolata, risale verosimilmente alla seconda metà dell’Ottocento.

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Particolarità

Gli edifici della masseria costituiscono un blocco unico, tuttavia furono realizzati in epoche diverse. Distintiva è la presenza di una torretta con sommità a cupola.

Circa 24 ettari sono a oliveto, con alberi secolari e anche millenari da cui si estrae olio extravergine di oliva biologico, poi venduto anche all’estero. Altri 10 ettari sono riservati alla produzione vitivinicola.

Vini Premiati
Vino “Euforia Bio” (Negroamaro, Salento IGP 2019) 2° classificato, giuria nazionale, alla manifestazione Radici del Sud 2024 per la categoria Negroamaro
Vino “Equilibrio Bio” (Primitivo, Salento IGP 2020) 2° classificato (ex aequo), giuria internazionale; 1° classificato nella giuria nazionale, sempre a Radici del Sud 2024

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Di Angelo Carmelo Bello
(dal libro Crispiano: Triglio e dintorni)

Cappella dell’Immacolata
Anticamente la Masseria apparteneva al Monastero della Purità di Martina Franca. La Cappella, angusta e di proporzioni molto ridotte, risulta realizzata ad angolo con altri ambienti costituenti il corpo di fabbrica nella zona dei servizi. Non conserva tracce di decorazioni e tutto quello che rimane è la predella dell’altare, in pietra locale, e lo stesso altare, sempre in pietra, di mediocre fattura. La cappella non risulta citata in nessuna visita pastorale e, date le dimensioni, è da ritenersi che venisse utilizzata per celebrazioni private.

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