Lella - Li russoli

A blocco isolato - XVIII secolo

Archivio n.: 48

Terminata nel 1710 dal notaio Bonaventura Lella, la masseria prese il nome Lella dai proprietari che la tennero fino all’Unità d’Italia. 

Furono piantati quattrocento alberi di ulivo, molti dei quali ancora presenti nel parco della masseria. Molti ulivi secolari pugliesi sono riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. L’attuale nome deriva dalle parole “Quis ut deus” (Chi è come Dio?) che, secondo la cosmogonia cristiana, l’arcangelo San Michele rivolge a Lucifero quando quest’ultimo mette in discussione il potere di Dio. Nella bella chiesetta dedicata a San Martino, è presente il dipinto raffigurante San Michele nell’atto di schiacciare con il piede la testa di Lucifero. Il culto di San Michele è molto diffuso nel territorio di Crispiano, probabilmente sin dal Medioevo, come testimoniano le chiese a lui dedicate. Sull’architrave della chiesa, splendidamente affrescata, è incisa la data di costruzione 1710 e una croce che ricorda quella templare.

Del prof. Giorgio Sonnante
(dal Bibliomag della Biblioteca Civica Carlo Natale di Crispiano)

approfondimento

Origine del nome

Dal Seicento la masseria era detta Lella, cognome dei proprietari martinesi che la tennero all’incirca fino all’Unità d’Italia. Il nome latino Quis ut Deus, introdotto dal 2008, ricalca l’ebraico Michaél, che appunto significa “Chi è come Dio?”. Il culto del capo della milizia celeste è tuttora assai diffuso, come si deduce anche dagli affreschi della cappella.

 

Preistoria ed età antica

Tra la masseria e i Monti si osservano numerose specchie, cumuli di pietre sovrapposte a secco in forma conica, tali da raggiungere dimensioni e altezza anche ragguardevoli. Tra gli studiosi non c’è unanimità né sulla datazione (preistorica o medievale), né sulla funzione: luoghi di culto, sepolture, segni di confinazione ovvero posti di vedetta appositamente edificati per ispezionare i dintorni in funzione di difesa. Secondo diversi storici, l’attuale via di Pilano collegava Taras con Egnazia.

 

Età medievale e moderna

Considerando il nome della grotta di Sant’Angelo in Sala, poco distante, il controllo di quest’area fu esercitato dai Longobardi. Per costoro il nome sala denotava la “casa per la residenza padronale nella curtis o per la raccolta delle derrate dovute al padrone”.

Dal Medioevo il demanio, soggetto all’arcivescovo di Taranto, fu assegnato all’abbazia di Santa Maria del Galeso. Le aree coltivate erano sottoposte al tributo della decima, da versare all’abate di questo monastero.

Tra Sei e Settecento i possidenti martinesi formarono sotto i Monti diverse masserie. Vi si coltivavano cereali, legumi e olivi e si praticava l’allevamento di ovini, caprini, suini, asini e cavalli. Non meno importante era l’apicoltura, da cui si ottenevano soprattutto miele e cera.

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Luogo di Culto

La chiesa risale al 1712 ed è dedicata a San Martino.

Coevi sono gli affreschi, poi modificati tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.

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I suoi trulli ricordano che le masserie furono edificate a partire da una casella, che in latino e in dialetto significa “trullo”. Qui si depositavano attrezzi, paglia o prodotti agricoli, oppure ci si riparava dalle intemperie e durante la notte.

Di Angelo Carmelo Bello
(dal libro Crispiano: Triglio e dintorni)

La Cappella di San Martino

Nel 1742, all’epoca della redazione del catasto fondiario di Carlo III di Borbone, il signor Giannantonio Lella di Martina possedeva una masseria di 90 tomoli composta da abitazione soprana e sottana, stalla, fienile per la paglia, ovile per pecore ed una cappella. La Cappella sorge nell’atrio della Masseria, vicino ad un altro locale adibito a servizi. la facciata richiama morfologicamente quella coeva di San Michele in Triglio. Lasciata all’incuria del tempo, e soprattutto alla forte umidità sta perdendo il ricchissimo arredo pittorico di scuola locale del primo settecento. La volta, interamente decorata tende al centro verso un”trompe lìoeil” che si apre e si dilata nel cielo cirrato mentre sul trittico di fondo si affaccia, benedicente l’Eterno Padre. Lungo la Navatella tre medaglioni per lato propongono a sinistra Santa Barbara, San Filippo Neri e San Giuseppe. A destra, quasi illeggibili per l’umidità, San Michele, Sant’Antonio e una Vergine con Bambino. Sullo sfondo campeggia un trittico con i Santi Martino, Cataldo ed Eligio.
L’intero ciclo pittorico che decorava la Cappella, pur di mano ignota, era certamente di notevole qualità, oggi purtroppo compromessa.

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